ATTENZIONE: Si consiglia la lettura del racconto a chi ha già letto Ho provato a non amarti, perché contiene spoiler sul finale 😉

Non riuscivo proprio a capire la frenesia che, sistematicamente, colpisce ogni donna a un passo dal matrimonio. Insomma, so che ci tengono particolarmente ad avere tutto sotto controllo – il vestito, la cerimonia, i fiori, il banchetto, le bomboniere, i colori, il fotografo, l’intrattenimento… ok, forse, effettivamente un po’ dello stress che le colpisce è comprensibile – ma diamine, proporre anche una scaletta da rispettare al minuto mi sembrava esagerato!
Ebbene oggi, il giorno del mio matrimonio, io, Robert Leighton, mi rimangio ogni pensiero infausto rivolto alle future spose. È davvero imbarazzante ammettere quanto senta scorrere nelle vene quella classica adrenalina adolescenziale, tipica dei ragazzini in attesa del primo appuntamento, maledettamente amplificata; quella sensazione che ti attorciglia le viscere e ti fa pensare che tutto possa andare storto da un momento all’altro, che ti fa temere che l’amore della tua vita non varchi mai quelle porte massicce che vi separano, per raggiungerti verso l’inizio del vostro nuovo capitolo insieme. E è la stessa, fastidiosa, sensazione che mi spinge ad andare avanti e indietro senza sosta mentre, insieme agli altri invitati e ai nostri testimoni, attendo che la marcia nuziale risuoni per accompagnare Mia verso di me.
«Ehi, amico, se continui così lascerai un solco davanti all’altare!» cerca di tranquillizzarmi Hayden, il mio migliore amico, nonché testimone.
«Lo so, cazzo…» borbotto.
«Le parole!! Siamo in chiesa, Rob, l’hai forse dimenticato?» mi riprende subito, bisbigliandomi il rimprovero per non farsi udire dai presenti e, soprattutto, dall’officiante che già ci sta lanciando occhiatacce molto eloquenti.
«Ah-ah, spiritoso, no che non l’ho dimenticato… se mi trovo in questo stato pietoso è proprio perché sono ben consapevole di dove ci troviamo!» gli sussurro di rimando.
«Guarda, vorrei dirti che mi fai tenerezza…»
«Non ti azzardare!» lo blocco subito.
«Infatti non te lo dirò. Se non mi avessi interrotto ti avrei detto che potevi avvisarmi che avresti dato spettacolo, avrei portato il telefono per farti un bel video ricordo: ‘L’imperturbabile avvocato Robert Leighton come non lo avete mai visto…’. Suona bene, no?» ridacchia.
«Sei uno stron…»
«Alt! Le parole…» mi sfotte pure.
Non faccio in tempo a rispondergli a tono, che le inconfondibili note dei violini iniziano a riempire l’atmosfera. Senza che possa controllarlo, tutto il mio corpo smette improvvisamente di tremare, portandosi nella corretta posizione: spalle dritte, testa alta, mani incrociate davanti al busto… L’unico problema è che, allo stesso modo, se n’è andato anche il respiro. Salivazione? Non pervenuta. Non so per quanto tempo potrò attendere Mia prima di perdere i sensi; in questo caso spero proprio che il proverbiale ritardo della sposa sia azzerato.
A fermare tutti i miei pensieri, e a dare il colpo di grazia alla mia emotività spaventosamente instabile, è l’immagine di un angelo vestito di bianco che appare a pochi metri di fronte a me.
Un momento, un angelo? Oddio, non è che ho trattenuto troppo il respiro e sono effettivamente morto?! Ti prego, Signore, se così fosse rimandami giù sulla Terra!
Mano a mano che la figura avanza verso di me, mi rendo conto che no, non sono morto, e che è il mio angelo terreno che mi sta raggiungendo, accompagnata sottobraccio da suo padre.
In questo momento, mi rendo conto di quanto sia un uomo fortunato: a volte diamo per scontato ciò che abbiamo, riteniamo che, una volta raggiunto, lo status quo delle cose sia immutabile nel tempo. E, proprio per questo motivo, solo adesso capisco quanto spesso non le dia le attenzioni che meriterebbe, quanto poco le ripeta quanto per me sia stupenda e preziosa. Sono consapevole che a Mia non servano parole, che il nostro legame sia sincero e saldo anche senza bisogno di esternarlo a voce… tuttavia, vedendola raggiungermi con l’emozione brillare nei suoi occhi, non posso che ripromettermi che, da oggi, mi impegnerò maggiormente nel farla sentire il fulcro della mia intera esistenza. Perché è questo che è: è quel sorriso dolce che mi attende al ritorno a casa, quella speranza che non si spegne mai nonostante i momenti bui, quella forza ad andare avanti quando le situazioni sembrano inaffrontabili. Lei è casa, è lo yin del mio yang, l’unico pezzo di un puzzle in grado di combaciare perfettamente col mio. Non perderò tutto questo per abitudine, non dopo quanto abbiamo faticato per trovarci.
«Sei stupenda…» non riesco a trattenermi dal mormorarle non appena si avvicina. E lo è davvero: indossa un abito semplice, in grado di fasciare ed esaltare le sue forme alla perfezione, anche quelle che, ancora, sono solamente lievemente pronunciate.
«Siamo.» mi sussurra lei, strizzandomi un occhiolino d’intesa, cercando di non farsi udire da nessuno.
Il riferimento, che solamente noi due cogliamo, è al nostro bambino. Nessuno dei presenti sa ancora che, tra qualche mese, la nostra famiglia si allargherà. Appena scoperto, io ero pro-team «urliamolo al mondo!», mentre Mia, cauta e timorosa, ha preferito attendere del tempo. Avuta la conferma che il nostro pargoletto è in salute e cresce bene, e avendo già fissata la data delle nozze, quel mostro di genialità che è la mia quasi-moglie ha avuto la brillante idea di rivelare il nostro ‘piccolo’ segreto a famiglie e amici durante il classico discorso che accompagna il pranzo nuziale. Spero solo che questo non si riveli un problema per gli anziani cuori di alcuni dei presenti…
«Lo voglio!»
«Assolutamente sì, lo voglio!»
Con mio grande sollievo – devo ancora capire quando sono diventato così apprensivo… – durante la cerimonia fila tutto liscio e, finalmente, possiamo suggellare con un bacio il fatto che siamo ufficialmente marito e moglie.
Avete presente quanto mi abbia fatto penare questa stronzetta che, al tavolo degli sposi, mi siede accanto? Ebbene, ora che l’ho raggiunta non mi scapperà più. Niente più continenti a separarci, niente più equivoci, niente più porte sbattute in faccia. Solo noi, quel noi costruito passo dopo passo, cadendo e rialzandoci ogni volta più forti. Quel noi che sa di famiglia, di calore, di amore. Quel noi che sarà eterno.
Come se fosse in grado di leggere nella mia mente, avvicinando le labbra al mio volto mi sussurra sulla guancia:
«Ti ho fatto penare parecchio col mio caratterino, ma ne è valsa la pena, no?»
«Assolutamente, ti rincorrerei altre mille volte, se poi questo fosse sempre il finale.»
«Addirittura altre mille? Non sono stata così perfida, allora…»
«Mmh, forse hai ragione, altre mille no, ma novecentonovantanove sì.», le serro le labbra morbide con un bacio, uno di quelli che ci piacciono tanto, uno di quelli in grado di far arrossire anche i cuori più freddi.
***
Tin tin tin
Il ticchettio del coltello sul calice di cristallo è come un proiettile che mi arriva all’orecchio, poi giù, dritto fino allo stomaco. Mia è in piedi, accanto a me, intenta a richiamare l’attenzione degli invitati e a farmi cenno col capo di alzarmi accanto a lei. Ci siamo: è arrivato il momento, quel momento. Involontariamente, mi accorgo che la mia mano destra sta allentando il nodo della cravatta, di colpo troppo stretta per riuscire a respirare.
«Grazie per la vostra attenzione.» comincia mia moglie, visibilmente emozionata. «Innanzitutto, io e Rob vorremmo ringraziarvi tutti per essere oggi qui con noi, a festeggiare questo giorno speciale…»
«… e più unico che raro!» la interrompe una voce fuori campo. Non mi serve mettere a fuoco la figura che ha parlato per riconoscere la voce di Ella, la migliore amica di Mia, nonché sua testimone e – per mia sfortuna! – fidanzata del mio migliore amico.
Con un’occhiataccia, la mia dolce sposina riprende subito le redini del discorso. Quanto la amo quando tira fuori questo suo caratterino!
«Stavo dicendo.» si schiarisce la voce tremante, prima di proseguire. «Per ringraziarvi di aver condiviso con noi il giorno più importante della nostra vita, abbiamo pensato a una sorpresa per voi, giusto amore?»
Eh? Che cosa? Fermi tutti, non era previsto un mio contributo all’annuncio!
«Ehm…» tossicchio. «Sì, esatto, proprio così. Come tutti saprete, la testolina geniale di mia moglie partoris… volevo dire, inventa sempre nuovi modi per stupire gli altri. Così, oggi, ha pensato bene di fare qualcosa per voi». Prima di continuare, le stampo un leggero bacio sui capelli profumati. «Lascio a lei l’onore di proseguire, visto che è sicuramente più brava di me in queste cose!».
«Grazie tesoro» mi stringe la mano, complice. «Ebbene, ecco la novità: io e Rob…». Prende un ultimo respiro prima di continuare. «Tra pochi mesi diventeremo genitori!».
Bomba sganciata; ora devo solo sperare che non ci investa di rimando. Ma è praticamente impossibile anche solo immaginarlo, visto che veniamo letteralmente sommersi da un’onda di calore umano non appena Mia pronuncia la parola genitori.
Senza avere nemmeno il tempo di realizzarlo, mi ritrovo avvinghiato tra le braccia di parenti e amici, chi mi stringe togliendomi il fiato, chi mi pressa belle pacche sulla spalla facendomi i complimenti e facendomi sussultare – la delicatezza non è poi cosa da tutti.
Malgrado questo sentirmi intrappolato, non riesco a sciogliere dal mio volto l’espressione da ubriaco fradicio di felicità che mi spunta ogniqualvolta incrocio lo sguardo emozionato e cristallino di Mia.
«È andata bene, no?», mi mima complice con le labbra mentre anche lei è preda di zie e nonne isteriche, notando come la stia continuando a fissare di sottecchi. La complicità che ho con questa donna è davvero inspiegabile, e di certo non è mia intenzione dare una spiegazione a ciò che di più bello mi ha regalato la vita.
«Benissimo» le mimo di rimando, ricevendo un sorriso che, Dio santo, stenderebbe pure un cavallo.
A salvarmi dallo stritolamento festoso ci pensano gli addetti del catering, che avvisano i presenti dell’imminente ingresso della torta nuziale. Se ho capito una cosa durante questi lunghi ed estenuanti mesi di organizzazione del matrimonio, è che il momento del taglio della torta è, per importanza, subito successivo all’arrivo degli sposi. Spero proprio che Mia non abbia intenzione di giocarmi qualche brutto scherzo col dolce (da leggersi: spero di non ritrovarmi la faccia ricoperta di pan di spagna e crema chantilly!). Ho pur sempre una reputazione da salvare, io, e per oggi direi che si è già compromessa abbastanza. Per fortuna, se c’è una cosa che la mia neo-sposa ama quasi quanto me sono proprio i dolci: questo significa, vietato sprecare gli zuccheri! Mi solleva parecchio vedere che il primo boccone finisce dritto dritto nella sua bocca, anziché sulla punta del mio naso.
***
A fine giornata, dopo un intero pomeriggio trascorso alternando cibo a sessioni di ballo e giochi organizzati dai nostri amici, siamo entrambi esausti ma incredibilmente felici. La location che ha ospitato il banchetto è dotata anche di suite pensate apposta per far trascorrere agli sposini la prima notte di nozze, senza che questi debbano rientrare a casa a orari improbabili, distrutti come dopo una lunga maratona.
«Sei felice?» mi chiede Mia, uscendo dal bagno dopo aver passato gli ultimi quaranta minuti sotto il getto della doccia. Ammetto che il mio primo istinto è stato quello di lanciare tutti i vestiti sul pavimento e raggiungerla; a frenarmi è stato il pensiero che, nel suo stato, questi festeggiamenti devono averla stancata più del dovuto e che si meritasse un po’ di tempo tutto per sé, per tutte quelle cose che generalmente fanno sì che le donne occupino la toilette per un tempo che sembra infinito.
«Se sono felice? Di più, amore mio, di più!» le rispondo andandole incontro e stringendola al petto. Amo la sensazione di sentirla a contatto con la mia pelle, di sentirla mia non solo col corpo, ma nel profondo dell’anima. È quella sensazione di appartenenza che mi ha legato a lei fin dal primo momento che l’ho vista, quando con la sua lingua lunga e impertinente mi ha risposto «Chi, scusi?» quando le ho chiesto dove fosse il suo capo.
Quella sensazione che non sai definire a parole e che, ancora inconsapevole, ti attira come una forza magnetica verso il centro dei tuoi desideri più profondi. È semplicemente lei, l’unica in grado di far emergere il vero me stesso.
«E se ti dicessi che ho un regalo speciale anche per te?» mi coglie di sorpresa, ridestandomi dai miei pensieri. Inutile dire quanto la mia mente stia intraprendendo il sentiero della perversione e un sorrisetto malizioso increspi involontariamente le mie labbra.
«Non ha niente a che fare col sesso, deficiente!» mi coglie in flagrante, piazzandomi uno schiaffetto sul petto.
«Non l’ho mai pensato.» cerco di mascherare le mie colpe.
«Come no…» ridacchia. «Comunque, lo vuoi il tuo regalo, o no?»
«Assolutamente.» la stringo un po’ più forte, riuscendo così a sentire il profumo del bagnoschiuma che emana la sua pelle morbida.
«Allora…» prende tempo. «Ti ricordi che, per poco, non abbiamo perso il check-in all’aeroporto, l’altro giorno?»
«E come dimenticarselo» sospiro, non capendo, però, cosa c’entri questo col mio regalo.
«Tu pensi che la colpa sia mia…»
«Ma è tua! Sei rimasta indietro per colpa di quegli assurdi trampoli che chiami scarpe!»
«Ehi! Non offendiamo.» mette il broncio, risentita. Il che, dal mio punto di vista, non è affatto un problema, visto che la rende ancora più sexy di quanto non lo sia già.
«Comunque, tornando a noi…» riprende. «Posso ammettere che la colpa sia stata solo in parte mia».
«Continua» la esorto, notando una leggera insicurezza velarle lo sguardo.
«Se sono rimasta indietro è perché ho ricevuto una telefonata.»
«Da chi?», inizio a sentire uno strano pizzicore risalire lungo le pareti dello stomaco.
Ma di che razza di regalo parlava prima?
«Eh quanta fretta! Lasciami finire prima!»
«Hai ragione tesoro, scusa, è che mi stai facendo preoccupare», le stampo un bacio sulla fronte, probabilmente per rassicurare più me stesso che lei.
«Non c’è nulla di cui preoccuparsi. Ora, mi prometti che mi lascerai parlare senza più interrompermi?»
«Parola di lupetto». Il che, detto da un avvocato, non suona molto bene.
«Dicevo, ho ricevuto una telefonata mentre stavamo per raggiungere il check-in. Era la dottoressa dell’ospedale che ci segue con la gravidanza… Amore, tutto bene?»
Ora ho la certezza di essere sbiancato. Ma non può essere un qualcosa di negativo, no? Mia ha parlato di un regalo. Magari… mi dirà che avremo un maschietto?
«Sì, tesoro, tutto a posto, continua pure».
E ti prego, arriva al dunque perché mi stai torturando!
«Ok! Allora, sei pronto? Ora arriva il tuo regalo!»
A-i-u-t-o
«Mi stai dicendo che avremo un bel maschietto?» cerco di indovinare, speranzoso.
«Be’, più o meno» ridacchia.
«Eh?» riesco solo a proferire, confuso dalla sua risposta. Che cavolo significa più o meno?
«Saranno due.» spara di colpo, investendomi in pieno con la forza di uno tsunami.
Rimango letteralmente senza parole, sento solamente rivoli di lacrime solcarmi le guance e raccogliersi ai bordi di un sorriso che mai credo sia spuntato sul mio volto.
«Due…» ripeto tra me e me, ancora incredulo.
«Esatto, anche se non so ancora se saranno due maschi o due femmine o…»
Ma non la lascio finire di parlare. Riverso tutta la gioia che in questo momento mi sta sconquassando il corpo e l’anima sulle sue labbra, imprimendomi per sempre questo momento nella memoria.
Con le lacrime che ancora mi invadono gli occhi, abbraccio stretta al cuore mia moglie e i miei due splendidi regali. Questo sarà un altro, meraviglioso, capitolo della nostra vita, ma lascerò che sia Mia a raccontarlo.
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